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Cleopatra chiede ad Antonio di ricevere gli ambasciatori che vengono da Roma.  Antonio tergiversa e risponde “Si sciolga nel Tevere Roma … Qui è il mio respiro. I regni sono argilla…”.

Shakespeare fa dire ad Antonio Here is my space.  Il senso di “space”  è stato tradotto con “respiro”, perché è insieme il contesto concreto, quello intellettuale e quello emotivo da cui Antonio è assorbito e in cui vuole stare.

Sebbene le ragioni che spingono Antonio a quel grido non abbiano a che fare con il mio libro, alle sue parole si deve il titolo. Scrivendolo ho provato a restituire quell’insieme di caratteri che la parola respiro evoca.

È qui il mio respiro, che pubblico grazie a Luca Sossella editore, è in uscita i primi di giugno in libreria, si può già ordinare su IBS Feltrinelli,  Amazon.it su Mondadori Store e altre piattaforme.

Perchè scriverlo ?

L’esigenza di scriverlo nasce qualche anno fa, ma alla fine i pensieri hanno preso il coraggio di confrontarsi con la scrittura in questo inizio 2024. Mi sembrava utile far uscire dall’ombra quel rapporto tra emozioni, ragionamento e pratica, che riceve e dà senso al tutto. Rendere visibile quanto le une e le altre siano influenzate dal modo in cui si guarda il proprio tempo e dagli incontri che si fanno. E ricostruire un pezzetto di passato, consapevole che senza ricordare e riflettere sul passato, il futuro non è altro che una serie sconnessa di presenti. E senza un’idea di futuro, le trasformazioni profonde che investono la nostra vita sono solo subite invece che governate.

Di che parla e come lo fa?

Viviamo un cambiamento d’epoca e gli strumenti culturali per affrontarlo sono inadeguati. Ma possono essere costruiti, prima di tutto nelle città, secondo me.  La cultura, le città, i tratti del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo e i cinquantaquattro mesi vissuti da assessore alla crescita culturale di Roma, sono i protagonisti del libro.

La narrazione è intrecciata a ricordi che spaziano dall’allunaggio nel 1969 a momenti vissuti nelle stanze del Campidoglio. Quasi una linea narrativa parallela con la principale, cui dà spunto o di cui fa emergere origini e motivazioni.

È qui il mio respiro raccoglie ragionamenti, racconti di fatti accaduti e qualche sguardo dietro le quinte del lavoro per innovare le politiche e la vita culturale di Roma. Offre una bussola e porzioni di una mappa per contrastare la paura del futuro e la crisi in cui si trovano molte città, prima di tutto la Capitale. Il polo magnetico che attira l’ago di questa metaforica bussola è costituito dalle concrete implicazioni della dichiarazione universale dei diritti umani -in particolare l’articolo 27 dedicato alla partecipazione alla vita culturale – e dal secondo comma del terzo articolo della Costituzione.

Come una tela

La struttura del libro è ispirata a quei quadri che rappresentano la vita di un borgo: pensavo a Bruegel con dettagli accuratissimi, o a Pissarro con dettagli accennati ma potenti.

C’è sempre un paesaggio che definisce lo spazio e lo connota, un abitato che ne è parte essenziale e allo stesso tempo teatro della vita delle tante piccole figure che animano la scena.

Insomma, una metafora del mondo unita però al racconto di un’epoca, della vita vissuta e della cultura in comune tra chi dipinge e il mondo rappresentato.

Nel libro la preparazione della tela, costituita da alcune osservazioni sul nostro tempo e sul peso delle culture occidentali nel mondo, è tratteggiata, ma offre un punto di vista inconsueto sul cambio d’epoca, sullo spostamento verso est del baricentro del mondo e alcune sue implicazioni.

Il paesaggio è costituito da ragionamenti sui limiti delle nostre culture per confrontarsi con realtà sempre più complesse e su cosa sia disponibile per superare questi limiti. In particolare, sulla necessità urgente di investire sul “trasferimento” verso la cultura generale di  rivoluzioni del pensiero derivate da conquiste della scienza e sullo sviluppo di attitudini necessarie per riconoscere una parte di sé nell’altro. La cultura è un considerata un potere, anzi forse “il” potere per eccellenza.

Alla parola cultura attribuisco questo significato, non altro

È intesa come “un sistema di strumenti per trasformare le percezioni in significati e artefatti, di cui sono espressione e che la incorporano. È un sistema che cambia in base a diverse latitudini e secoli e ha il potere di modificare l’orizzonte delle esperienze umane, fino a influenzare le percezioni e l’immaginazione.  Ogni cultura è un sistema in evoluzione, è costantemente modellata dalla tensione tra il passato e il presente (con i suoi rapporti di potere e le esperienze vissute). Quando mancano gli strumenti culturali per governare crisi e transizioni, persone e società restano ostaggio degli eventi di cui sono tuttavia protagoniste.”

Senza un’equa distribuzione del diritto di formare la cultura di un popolo, di disporne, di condividerla e beneficiarne, la democrazia non può sperare di affermarsi in un mondo veloce, incerto, interconnesso, in una parola complesso.

E così, il compito di «rimuovere gli ostacoli che impediscono lo sviluppo della persona umana …» di cui parla la Costituzione Italiana, assume un significato molto concreto per la Repubblica e assegna un mandato chiarissimo.

Per le istituzioni coinvolte nelle politiche e nelle attività culturali, le città in testa a tutte, è un mandato che trascende di gran lunga l’obiettivo di erogare servizi al tempo libero delle persone, ma chiede loro di accompagnare le persone nello sviluppo di attitudini e relazioni indispensabili per una società che sia sostenibile.

Nel villaggio: la filosofia e le scelte

Lo “spazio in cui si muovono le figure”, il villaggio, è affrontato da due prospettive.

La prima è il racconto di tre episodi, uniti nella filosofia cui s’ispirano sebbene distanti l’uno dall’altro nel tempo o nello spazio, in cui amministrazioni locali hanno scommesso sulla leva culturale per accelerare cambiamenti nella loro comunità.

La seconda, che introduce una storia ragionata dei cinquantaquattro mesi trascorsi in Campidoglio, descrive Roma in una chiave poco frequentata nella narrativa e le differenze strutturali con altre grandi città, con le relative implicazioni: il borgo che fa da scena alla vita.

Quando si avvicina lo sguardo alla scena per vederne qualche dettaglio, emergono le caratteristiche dei personaggi: l’abbigliamento, la posizione nello spazio, magari s’immagina la loro storia, mestiere o i rapporti che legano l’una all’altra.

Nel libro questo sguardo cade su porzioni del tentativo di applicare organicamente la filosofia che accomuna i casi accennati in precedenza alla realtà concreta di Roma, tra il 2016 e il 2021. Ci sono dettagli, risultati, difficoltà, i limiti: in sintesi quanto serve per cogliere le relazioni tra le parti di quello che è stato l’avvio di una riforma organica, il suo senso, le resistenze incontrate e le strade trovate o smarrite nel tentativo di superarle.

Il racconto ragionato di questo passato recente confluisce, infine, nella presentazione per grandi linee di una prospettiva sul possibile futuro per la Capitale, diversa da quella di vedere il proprio centro trasformato in una Disneyland per turisti frettolosi.